[La Formica Nera]
La formica nera mangia quando ha fame. La formica nera non risparmia e non accumula. Potendo sollevare fino a cento volte il proprio peso, porta su di sé tutto ciò che le serve, ciò che agli altri pare non essere mai servito. La formica nera avanza a passi lenti e fluidi, retaggio, si dice, di un vecchio prozio argentino abile nell’arte del tango. La formica nera ha il culo molto grosso; il cervello, quanto basta per non dimenticare. La formica nera possiede un aculeo ridotto. Pur non essendo velenosa, lascia il segno. La formica nera non è regina. La formica nera non è operaia. La formica nera non è femmina né sterile né feconda. E’ un maschio che non s’accoppia perché conosce il destino del proprio sesso, la morte pressoché istantanea. Ciò nonostante la formica nera ha l’articolo al femminile.
 




giovedì, 01 febbraio 2007

Il caso e l'estinzione

Il blog personale di Livio Romano suggerisce un curioso esperimento...

Prendere il libro più vicino.
Sfogliare sino a pagina 123.
Contare le prime 5 frasi della pagina.
Riportare nel blog le 3 frasi seguenti.

...che noi replichiamo qui (la fonte non necessita di essere citata, o così pare):

Facendo corrispondere le dodici ore di un orologio alla storia della vita su questo pianeta si può dire che l'uomo è comparso poco dopo le undici e che la civiltà moderna è arrivata negli ultimi secondi. Non sappiamo se, quanto più la civiltà si fa complessa, diventi anche più stabile. E' possibile.

 

 

postato da laformicanera, 15:14 | link | commenti

sabato, 30 ottobre 2004

Ieri tutto era più bello

la musica tra gli alberi

il vento nei miei capelli

e nelle tue mani tese

il sole

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mercoledì, 26 maggio 2004

Dunque, non sei testimone; sei tu stesso l’angoscia estatica; tu sei l’Ade, secondo il sospetto della tua infanzia, quando escrementavi, e piangevi il tuo asmatico pianto impersonale, e ti maceravi foruncoli ed eczemi; tu già allora sospettavi quel limitato locale gonfiore, molestia, essere allegoria, simbolo, semantema, gettone, documento di altro grandissimo escremento, crosta, eczema; e di essere tu appunto quell’eczema; per cui non ti restava che schifarti come ignobile e vilissimo; e insieme averti caro ed adorarti per la tua estrema, esemplare indegnità.

 

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martedì, 25 maggio 2004

Quel ch’è rotto nel paniere

 

 

   Come ogni anno l’istituto di statistica mette un po’ di ordine nei propri armadi. Tolti gli scheletri e i vestiti smessi cerca di far posto ai capi che meglio si adattano alle nuove esigenze. Nella fattispecie alle nostre esigenze di consumo. Undici voci vengono depennate dalla lista; otto voci diverse, più fresche, prendono il loro posto. Credo sia possibile intravedere un rapporto di dipendenza, se davvero ne esiste uno, tra le prime e le seconde. Come se il sostituto mantenesse un’impronta – da esso colmata, snobbata, ulteriormente scalfita – dell’oggetto sostituito. Tra le analogie più evidenti balza all’occhio l’uscita di scena del videoregistratore rimpiazzato dall’antenna parabolica e dal corrispondente decoder, pronti a sostituire la qualità e la scelta verticale della videocassetta con altrettanta scelta orizzontale, spalmata nel corposo pacchetto di canali a disposizione. Lo stesso passaggio di stampo tecnologico si trova in ambito turistico, nella diversa mentalità con cui si affronta un viaggio, per cui transizioni e spostamenti obsoleti – sulla lunga quanto sulla breve distanza – quali la spedizione dei bagagli, il trasporto ferroviario dell’auto, gli zoccoli chiassosi delle passeggiate museali, cedono il passo alla documentazione fotografica digitale, al “bagaglio” culturale. Meglio ancora, è il passo stesso a cedere, ad arrestarsi perché esclusivamente in funzione del ritorno a casa, della collezione d’immagini e non del ricordo. Questa dinamica ha l’effetto inverso nella vita lavorativa di tutti i giorni amante del movimento pratico e scorrevole, la quale fa sì che il ciclomotore e la sua relativa assicurazione siano preferiti agl’inutili percorsi tracciati da un’automobile in miniatura. Per quanto riguarda l’alimentazione, sempre più modificata e modificabile, il formaggio italico e le nocciole salutano l’avvento dei cereali biologici: tautologici verrebbe da dire, dato che l’aggettivo garantisce solo ciò che la natura già si era preoccupata di fare. Nel vestiario invece, l’eleganza sportiva e pratica della maglia sottogiacca scalza la cosiddetta maglia della salute, la canottiera, colpevole di portar con sé il prurito e l’obbligo delle madri, quell’infantilità che fa sentire l’uomo un po’ sfigato. Il portamonete, inserito nella lista con l’avvento dell’euro e del rispettivo carico di metallo, viene depennato e trasferito per direttissima nell’onorario del commercialista, più propriamente nelle sue tasche.

Rimangono infine tre voci cui è difficile trovare una collocazione: il tessuto per arredamento e i cucchiaini d’argento da una parte; il detergente per wc dall’altra. Forse il primo se ne va nel nome dell’igiene, dell’arredo bianco e minimale a prova di macchia, di cui il water è l’archetipo: luogo in cui ci si sfoga, essenzialmente sporcabile, e proprio per questo sempre da ripulire, profumare, per cancellare il fetido peccato. L’ultima, irriducibile voce che non trova un compagno degno di ricevere la staffetta dal secolo appena trascorso è il cucchiaino d’argento, l’oggetto che si tramanda di generazione in generazione, che le donne conservavano gelosamente nell’ultimo ripiano della credenza. Una dote che evidentemente sta ancora cercando un matrimonio adeguato.

postato da laformicanera, 15:26 | link | commenti

Come il mondo finì per diventare fiction

 

 

Sullo schermo seguo un sommozzatore in acque grigie. Le sue evoluzioni sono commentate da una voce che mi rassicura sulla natura del programma: un documentario naturalistico. Sulle prime non capisco se il sub (australiano,43 anni, biologo marino, pubblicazioni su Science, di certo non un novellino) sia alla ricerca di calamari, nudibranchi, pesci pagliaccio o altra cianfrusaglia sottomarina. Una musica sinistra mi avverte però che non sono di fronte alla solita escursione: l’esploratore, sono sicuro oramai, non è in cerca di gamberetti. Gongolo soddisfatto e aspetto. Ad un tratto una voluminosa ombra nera oscura le bombole dell’uomo: un gigantesco lucertolone pinnuto lo sfiora dall’alto. Prima reazione: perplessità: ma non era un documentario, dietro la maschera da sommozzatore non c’era un biologo marino australiano ecc..? Seconda Reazione: mi sento gabbato. Capisco di essere alle prese con un altro caso dell’epidemia di fiction che sta contaminando la televisione: un documentario sulla fauna marina del giurassico(ma non è un ossimoro?); il lucertolone altri non è che uno splendido esemplare di Paleodonte, il sommozzatore un idiota con le bombole, che riemerso in superficie, offre a caldo le impressioni di un contatto diretto con una bestia di tal genere, senza risparmiare stupore e soddisfazione per il privilegio raro per un biologo marino(?) di osservare il comportamento del grosso dinosauro nel suo ambiente. Il suo collega sulla terra ferma non è meno cretino. In perfetta tenuta da esploratore ci conduce attraverso una fitta vegetazione tropicale; parla piano per non farsi avvertire dagli animali(e perché no? anche da vampiri liocorni minotauri);il cameraman viene invitato a seguirlo. La sua agitazione è visibile, suda e poi non può più trattenere l’emozione: finalmente la pista che stava seguendo si rivela corretta. Il suo fiuto, educato da anni di pedinamenti a leoni, pantere, licaoni, ha fatto centro un’altra volta. Eccolo: si toglie il cappello, infila i guanti in lattice e si accovaccia su un enorme merdone di triceratopo.L’esemplare deve essere vicinissimo; il cameraman ,si capisce , inizia a cagarsi un po’ addosso.

Anche nei documentari si è imposta la fiction: anche qui l’irresistibile tentazione di plasmare un mini-film, di supplire alla mancanza di materiali visivi con ricostruzioni virtuali, di abusare dell’immagine. Siamo così invitati ad assistere all’esistenza drammatica degli australopitechi, seguita e commentata con scrupoloso piglio etologico eppure illanguidita dall’apprensione svenevole tipica delle soap- opera; lotte tra tribù di homo neanderthalensis come se fossero faide tra gang di Brooklin. Peggio ancora: programmi di divulgazione storica accostano pacificamente filmati della prima guerra mondiale, del Viet-Nam e spezzoni dell’omicidio di Cesare come se fossero di natura omogenea, come se condividessero il medesimo statuto di immagine.(Manca solo che mettano “immagini di repertorio” in sovrimpressione).Il rischio è quello di infiacchire fino alla vanificazione l’irruzione nella realtà in cui consisteva l’immagine, di annullarne l’attrito. Le prime riprese degli inizi del novecento, con le figure degli uomini che si muovono come se fossero accelerate, gazzelle di Thompson inseguite da leonesse, sono accostate alle guerre puniche ed a brontosauri in calore. Ogni settore della televisione, anche le nicchie che dovrebbero esclusivamente informare, è sottomesso alla legge dell’intrattenimento: non si ricerca più solamente l’informazione perché essa è debole: è necessario solleticare tutte quante le papille emotive, non solo i neuroni. La Storia non è tale se non c’è suspense. Purtroppo anche la cronaca: i servizi riguardanti omicidi, violenze , abusi sono girati: al resoconto si sostituisce il racconto noir .Un fattaccio di pedofilia: il servizio comincia con un’inquadratura nervosa e concitata a fior di suolo(il delitto, l’istinto delittuoso non ha la sicura andatura eretta : striscia; trae le sue mosse dal grado più basso della natura umana che la sapienza teologale ci assicura essere votata alla verticalità)si insinua nel giardinetto- teatro dell’innocenza vulnerabile- e si concentra sulle gambette pallide dei bambini: veniamo immessi nella prospettiva del lupo pronto ad azzannare. Di solito terminano nella corsia dell’ospedale dove la tragedia trova il suo asettico e quindi tanto più straziante suggello: non c’era niente da fare. Siamo frustrati dall’impotenza degli eredi di Ippocrate a rimediare all’orrore dell’uomo-bestia. L’inquadratura corre sempre a mezz’aria: qui, però, suggerisce la prospettiva della barella; camici verdi e bianchi passano veloci ed insensibili, quasi a sottrarsi alla presa supplice della vittima. Le vicende non trovano più un epilogo ma un epitaffio.

Ricostruzione visiva e trama: questi gli elementi che compongono l’esperienza del mondo che ci viene offerta. Lo sforzo costante di dotare di plot la realtà, di eseguire un montaggio altrimenti essa sfugge, non si imprime; senza plot non si da non solo tragedia ma anche Storia. Dobbiamo vedere; ma non solo: vogliamo vedere un storia in cui si possa riconoscere una, seppur gracile, coerenza; una fabula quindi. La nostra vista viene educata a dilatare emotivamente ogni fatto, sottraendolo al regime della scarna ed asciutta giustapposizione.Qualsiasi gesto risuona di un implicito accompagnamento sonoro; siamo immersi in un pulviscolo di minuscoli, inghiottibili, destini.

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sabato, 22 maggio 2004

La prima lettera.

 

  E’ buffo avere il foglio davanti ancora bianco ed accorgersi di aver già cominciato a scrivere. La tentazione di rimettere il cappuccio alla penna è forte, ma non questa volta. Sono anni che non scrivo e a dirla tutta me ne vergogno; non tanto della negligenza, quanto della viltà e del triste narcisismo che l’ hanno sostenuta e cibata in questo muto eone. Come vedi servono ancora frasi autoreferenziali e miseri incipit per dire cose semplici, che ti sto pensando e che ti vorrei più vicino. Ecco tutto. Aprire gli occhi su queste parole e guardarti, adesso, mentre mi leggi.

Ricordi i miei dubbi – e i tuoi rimproveri! – sulla possibilità intrinseca alla vita di rimanere stupiti, a bocca aperta di fronte a qualcosa, da poco o da niente, e proprio perché da niente così gravida di speranza, gratuita? Di incontrarsi con la passione ingenua che non chiede e che tuttavia nel silenzio trattiene un’ eco di felicità? Questo è stato il tuo regalo. Questo è il vento, le persone che ritornano, lo schiocco dei baci, la primavera che tarda ad arrivare e l’amore, dolce miracolo di una mano vuota.

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venerdì, 21 maggio 2004

Histoire d’un journal.

 

    Il diario segreto dell’importante Consigliere oggi è in ambasce perché non scritto, abbandonato al suo imbarazzante biancore. Il diario si agita in sé e tenta di sfogliarsi a ritroso per ritrovare le tracce del suo proprio compito e la rassicurazione della preziosità e sicurezza del proprio lavoro. Ma ad ogni pagina scritta il diario segreto non può che associare – mentalmente – il vuoto di quella nuova pagina bianca. Allora si fa di nuovo avanti, ad oggi, e si ripercorre con attenzione per esser sicuro di non aver tralasciato nemmeno un angolo di sé o un poro della sua bella e segreta carta. Ma è il silenzio e una parola che non viene, ciò che trova; e se potesse si scriverebbe da sé, senza aspettare la mano lunga del quotidiano solleticatore. Tuttavia non può, e quel silenzio lo ferisce e lo urta, perché è il silenzio della sua stessa incapacità, della sua mezza competenza che legge ma non scrive, che vede ma non può toccare. Se potesse, ora, il diario segreto del consigliere lascerebbe quelle sue stesse pagine e abbandonerebbe quelle scritture che lo hanno segnato e non lo sfiorano più ad un destino di erramento: decollate, svolazzanti, scritte ma andate, non più leggibili… Ed è a questo pensiero che il diario segreto capisce che la pagina bianca di oggi è il solo modo che ha per fuggire, per sgattaiolare fuori del diario e diventare pura pagina, intatto vuoto sul quale tutte le scritture senza fatica potranno adagiarsi. Allora torna indietro per qualche momento e getta uno sguardo su quelle scritture uguali e incatenate le une alle altre; non prova compassione o rimpianto, e infatti quella vista lo libera dagli ultimi scrupoli. Si getta a perdifiato verso quell’ultima pagina bianca che, sola, lascia aperta la porta della prigione e si slancia per saltare fuori. Ma non s’è accorto, perduto a rivedersi indietro, che è appena stata scritta la data di oggi e che quel pensiero, che l’importante Consigliere sta svolgendo febbrilmente sulla carta, lo guarda sorridendo con in mano la chiave per uscire.

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Gli uomini prima sentono il necessario, dipoi badano all’utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrappazzar le sostanze.

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Il problema di stabilire se le forze sopraffatte non fossero più nobili e migliori non può essere eliminato col semplice riferimento al fatto che nulla ha maggiore successo di ciò che riesce.

 

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I teologi definiscono l’eternità come il simultaneo e lucido possesso di tutti gl’istanti del tempo e la dichiarano uno degli attributi divini. Dunne, in modo sorprendente, suppone che l’eternità sia già nostra e che i sogni notturni la confermino. In essi, secondo lui, confluiscono il passato immediato e l’immediato futuro. Nella veglia percorriamo a una velocità uniforme il tempo successivo; nel sogno abbracciamo un’estensione che può essere vastissima. Sognare è coordinare le visioni di tale contemplazione e intessere con esse una storia, o una serie di storie. Vediamo l’immagine di una sfinge e quella di una droga e inventiamo che una droga si muta in sfinge. All’uomo che domani conosceremo diamo la bocca di un volto che ci ha guardati la notte scorsa… (Schopenhauer  già scrisse che la vita e i sogni erano fogli di uno stesso libro, e che leggerli in ordine è vivere; sfogliarli a caso, sognare.) Dunne assicura che nella morte apprenderemo l’uso felice dell’eternità. Riavremo tutti gli istanti della nostra vita e li combineremo a nostro piacimento. Dio, i nostri amici, Shakespeare, collaboreranno con noi. Di fronte a una tesi così bella, qualsiasi errore commesso dall’autore appare trascurabile.

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martedì, 18 maggio 2004

Dal diario di una perla.

 

   

    Sono il ricettacolo tascabile dell'intera monnezza del mediterraneo, un'ostrica d'Adriatico depositata su un fondo non visto, né presagito nemmeno dal pescatore più esperto. Odoro di mare e di merda insieme,  la vostra, e da anni, ormai, lavoro al mio interno con i miei muscoli e stantuffi e marmitte di ostrica per cacciar fuori una perla che sia una, possibilmente nera, e preziosa. Almeno prima di finire in una gola di signora bresciana che sverna a Riccione senza marito e con le amiche più grasse che ha trovato. Sono anni che dentro di me spingo per farla uscire, questa perla, e a occhio e croce devo aver buttato giù qualcosa come tre tonnellate di prelibatezze escrementizie. Eppure la perla non viene. Sì, la sento che armeggia in un fondale carnoso che non vedo, in me, ma non mi riesce di espellerla, di precipitarla fuori come vorrei. Tanto più che se questo mio sforzo dovesse risultare inutile mi troverei ad ingrassare e facilitare le mie compagne d'onda che, come me, da mane a sera, di merda varia si nutrono per amore della perla. Curioso destino, il nostro. Costruiamo con pazienza il dono che di noi il mondo, immeritato, si prende, esclusivamente nutrendoci della spazzatura e di tutta la monnezza possibile; edifichiamo con infinita premura la nostra Chartres sferica a partire da quello che voi buttate via. E quello che voi buttate, sovente, è anche carne nostra, perla di perla, merda di merda. Una volta succhiate, sperlate, diventiamo anche noi cuore della perla di un'altra, e di un'altra ancora, e così via. Non tanto per la vostra bramosia di perla, quella, si sa, è contenibile e non necessaria, ma per il vostro, inesausto, bisogno di merda, bisogno di buttarla altrove, sempre in altre bocche, per alimentare la costruzione paziente di una perla che, talvolta, spinge e fruga senza uscirsene e ritorna nella lurida ininterrotta catena dell'Essere...  

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Tutti pazzi per niente

 

    Etichettarsi o etichettare qualcosa o qualcuno come matto si riduce nella maggior parte dei casi ad un camuffamento velleitario. Normalissime persone, normalissimi oggetti – niente di male in tutto questo…– devono giustificare la propria colpa, la normalità per l'appunto, con qualche trovata ad effetto. Detto, fatto: il chewing-gum o la patatina sono pazzerelli perché al gusto di mango o a forma di stella, di cuore; lo yogurt, che grazie a quei mattacchioni dei fermenti lattici, vivi e incazzati, ti fanno una festa nello stomaco, mentre nella bocca la organizzano le bollicine impossibili del tal gelato (a seconda dei gusti, s’intende); e poi gli alcolici che sfruttando un trito e misero stereotipo linguistico rendono loca una bevanda che sembra distillata col piccolo chimico.     

    La lista, inutile dirlo, è infinita. Non voglio dilungarmi nemmeno sui gadget erotici o cosmetici o vattelappèsca che fanno di una cagata uno status. Piuttosto, perché la trovata di cui sopra fa sempre riferimento alla pazzia, all’eccentricità? Per esulare dalla normalità, d’accordo. Ma se la normalità è connotata solo in negativo, allora la voglia eccentrica, di colui che vuole allontanarsi dal centro, dal cerchio della norma, resterà un’ambizione senza direttive, una caccia nella foresta senza una mappa che indichi la scala e le principali vie per tornare. La città è disabitata e la periferia brulica di gente in cerca di cibo; tra il cibo di cui abbiamo bisogno, ormai privo di carattere, e il cibo matto, preda di desiderio, non c’è più contatto. Se degli oggetti che abbiamo in mano non sappiamo che farcene, quelli che vediamo ci sfuggono dalle mani. Sembra incredibile che gran parte dei mestieri, oggi, reclamino creatività – e quindi, si pensa, eccentricità – quando è rimasto solo terreno friabile e polveroso. Economia creativa, politica creativa, pubblicitari, designer, tutti un po’ così, artisti. E le nuove generazioni, la mia generazione? Quanti matti! Quanti artisti! Ma la pazzia rende ciechi e forse è il caso di far marcia indietro ricordando che non si tratta di un apologo della normalità, men che meno di una condanna alla pazzia. Esser l’uno o l’altro dipende da noi per un minimo grado.    

    L’appello piuttosto è rivolto alla costruzione o al ritrovamento della mappa. Anche di piccoli frammenti.

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sabato, 15 maggio 2004

Mantra 

 

    L’equivoco ha sempre un effetto straniante: là dove ci aspettiamo un solo significato, ce ne presenta un altro non invitato che comincia a strattonare il primo. Di solito ha vita breve: l’equivoco viene presto riacciuffato e castigato da una precisazione, che come un silicone tappa l’infiltrazione clandestina di senso. E’ curioso, d’altro canto, osservare il prodursi di un equivoco fuori del microcosmo della comunicazione, su grande scala, a livello di una mentalità, di una cultura.

    A Benares mi capitò di assistere ad un cerimoniale che il Gange impone ai suoi fedeli; la liturgia, mi spiegarono, era complicata e si realizzava dall’intreccio di gesti e parole: ogni movimento compiuto sincronicamente dai cinque bramini che celebrano la funzione corrisponde ad una precisa evocazione di significati teologici ed ogni parola equivale ad un’offerta di devozione. E’ necessario recitare un lungo mantra in sanscrito senza il minimo errore di pronuncia: si tratta di un vero e proprio sotto-rituale verbale, una performance che equivale ad una danza formalizzata di parole, per cui incertezza ed errore sarebbero come inciampare e rovinare a terra, con il risultato di trasformare  l’omaggio al fiume in atto blasfemo. Lo studio di questo mantra era prerogativa dei Bramini, i soli ad aver accesso alla lingua sacra. Sicuramente era un compito gravoso; ma parte della sacralità di questa preghiera consisteva proprio nella sua difficoltà, nel rischio di sbagliare, insomma nella perizia che la sua esecuzione richiede. Un sacrificio agli dèi non può essere comodo; essi non prescrivono agli uomini qualcosa che non richieda un po’ di sforzo: come farebbero altrimenti ad essere certi della reale devozione dei mortali?

    Ma io assistetti ad una versione riveduta del rituale; assistetti all’astuzia dell’uomo nell’eludere il divino quando esso è troppo esigente: la preghiera deve essere recitata perfettamente ogni volta? bene! noi la incidiamo su disco una volta per tutte, così non ci sarà nessuna raucedine di bramino che rischierà di far infuriare il fiume. Ecco fatto: l’escamotage tecnico permette di assecondare l’esigenza mitica, la valenza sacra della recitazione viene inscritta nel meccanismo della ripetizione. Al sacerdote depositario ed esecutore della tradizione,alla danza verbale, all’equilibrismo mnemonico si sostituisce un altoparlante. Magnifico equivoco; di tutto il rituale fatto di parole si è inteso solo il senso letterale: che certe parole siano pronunciate; questo significa aver ridotto la sacralità della preghiera ad una successione scandita di parole e quindi, come tale, disponibile ad essere meccanizzata. C’è una confusione di piani. Siamo spiazzati: come se per risanare una condotta morale viziata ci prescrivessero antibiotici. (Questa confusione,questo equivoco non ricorda le nostre religiosissime indulgenze?) Non più rischio di errore, non più pericolo di blasfemia, non più disciplina e il sacro si conceda. Siamo perplessi; della performance della recitazione rimane una formula confezionata, plastificata. L’evento unico in cui consisteva la preghiera si è annichilito in  una disponibilità virtualmente infinita di far risuonare delle parole. Penso al nostro estenuante rosario: non è essenziale che sia io a pronunciarlo (ed estenuarmi)? Se  il valore fosse tanto quello di riempire l’aria di formule, come se bisognasse garantire un tasso di “sacralità”dell’atmosfera, potrei tranquillamente pagare qualcuno per recitarlo al posto mio ed aver comunque adempiuto al mio compito. C’è qualcosa di cattivo gusto in questo equivoco: come la finta legna ardente che si trova in alcuni camini. Intende solo “significare”il fuoco, assicurarci che si tratta effettivamente di un camino, alludere al senso di accoglienza premurosa, di rifugio domestico, di intimità antica offrendoci un surrogato di plastica. Nessuno si accosta a questo fuoco giocattolo per scaldarsi;  nessuno sente la potenza magica della preghiera giocattolo.

    Immagino il Gange ascoltare questo disco, scuotere deluso la testa e mormorare: no, non era questo che intendevo.

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La prova del nove

 

 

     Credo che a tutti sia ormai nota la strategia di vendita per cui il prezzo di un prodotto, soprattutto se in offerta, viene privato della sua integrità sostituendogli l’ultima cifra, lo zero o gli zeri che definiscono posizionalmente il valore dei numeri precedenti, con un nove. Un gioco di prestigio da due soldi sortisce un effetto stupefacente. Ecco che il televisore da 500 € si fa un po’ più piccolo e passa a 499, il cellulare da 100 € a soli 99, perdendo addirittura il carattere delle centinaia. C’è qualcosa che oltre al mero condizionamento psicologico, e al fatto che mai nessuno si sia sentito preso in giro, desta perlomeno interesse. E’ come se la marzialità degli zeri, schierati in coda ad imporre valori precisi e definitivi ad ogni singolo gruppetto di cifre – per inciso, sparare a zero acquista ai miei occhi un significato del tutto inaspettato – fosse intrinsecamente nemica del commercio, della sua libertà pneumatica. Lo stesso euro rispetto alla lira si è liberato di quel carico ingombrante. Poche cifre ma sfumate, in movimento, accompagnate da quel nove che ha funzione d’apostrofe e non di punto. Ti prende per mano e ti accompagna in negozio a concluder la frase, a far la prova del nove per vedere se i conti tornano.

 

NOTA: pochi giorni fa mi hanno riferito che nel gergo malavitoso, dare il nove significa sodomizzare, esercitare violenza anale su qualcuno. Non so quanto questa informazione possa essere utile ai fini del presente articolo.

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 Noi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. S’è spezzato il legame dei tempi. Abbiamo vissuto troppo del futuro, pensato troppo ad esso, in esso troppo creduto, e per noi non c’è un’attualità autosufficiente: abbiamo perso il senso del presente. Noi siamo i testimoni e i compartecipi di grandi cataclismi sociali, scientifici e d’altri ancora. La vita quotidiana è rimasta indietro. Seconda una splendida iperbole del primo Majakovskij, “l’altra gamba corre ancora nella via accanto”. Sappiamo già che i più intimi pensieri dei nostri padri erano in disaccordo con la loro vita quotidiana. Abbiamo letto pagine severe sulla vecchia vita mal aerata che i nostri padri prendevano a nolo. Ma i nostri padri avevano ancora dei residui di fede nel suo carattere confortevole e universale. Ai figli è rimasto soltanto un odio nudo per il ciarpame ancora più logoro ed estraneo di quella vita. Ed ecco che “i tentativi di organizzare la vita personale assomigliano agli esperimenti per scaldare un gelato”.

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Tra il soffitto e il pavimento

 

    I più dotti fra noi hanno spesso suggerito, in presenza di una situazione cui non riusciamo a venire a capo, di narrarcela come fosse una storiella. Senza alcun dubbio, continuavano quei maestri, la circostanza concreta ridotta a parabola avrebbe assunto il punto di vista di uno solo degli attori coinvolti ma, almeno a quello, sarebbe apparsa sotto una nuova luce.

    Ebbene, chi è fidanzato, in un modo o nell’altro conosce bene quel genere di situazioni in cui le parti in gioco (le due maschere della coppia amorosa) stentano a comprendere e, ancor peggio, a figurarsi le ragioni dell’altro, innescando dialoghi senza fine che più che portare ad uno scioglimento del contenzioso aprono la strada in discesa per lo scioglimento del rapporto stesso.    Quando tali estenuazioni reciproche giungono all’acme si ha spesso l’impressione di non aver compreso nulla, ma proprio nulla, di ciò che è successo, e si rimane attoniti come di fronte ad una meraviglia naturale o ad una strage d’innocenti.

    Una cara amica, che devo difendere con l’anonimato, mi raccontò una volta che durante uno di questi match senza pietà col proprio fidanzato, non riusciva a distogliere la mente da un’immagine idiota (sono parole sue) che le era balenata in un passaggio particolarmente sanguinoso del battibecco. “Non riuscivo togliermi dalla testa – così lei – la scena di un condominio in cui l’inquilino del terzo piano, con aria indagante, si chiedesse come poteva stare in piedi il pavimento di casa sua e, simultaneamente, l’inquilino del secondo piano che rivolgeva la stessa domanda al proprio soffitto. E, più la discussione cresceva, più l’immagine si faceva nitida perdendo il carattere di un problema di architettura e ramificandosi in mille e mille rivoli. A quel punto ho smesso di parlare e mi sono cercata una poltrona più comoda per dormire un po’, facendo finta di niente…”. La mia amica aveva finalmente capito che l’essenza di ogni rapporto amoroso è un fatto di costruzione e di pesi da distribuire egualmente, e che ogni storiella, se raccontata tenendo testa alla situazione incombente, rivela più verità di una soluzione escogitata a tavolino. Ma anche questa, in fondo, non è che affabulazione.

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  Fra le operazioni più patetiche consentite allo spirito umano, quella di comporre una Tesi di Laurea occupa un posto considerevole. E non, si badi, per un connaturato difetto che inerisce all’Oggetto Tesi di Laurea en soi, bensì per l’umiliante morsa in cui ogni sventurato candidato è stretto dalla congerie dei   propri relatori-accusatori i quali, con perfidia simile agli alti funzionari, alti quanto invisibili, delle  agghiaccianti parabole di Kafka, offrono servizi che, alla resa dei conti, risultano essere del tutto   inadeguati per giungere ad un esito che sia minimamente accettabile. In compenso, dal Ministero per la   Salvaguardia dell’Analfabetismo giunge la notizia, certo in linea con le attuali tendenze, che l’oggetto in questione, il lavoro di Tesi, sta per essere abolito, a vantaggio di una più sobria tesina. Ora, nonostante ciò che si è detto sopra, siamo propensi a credere che la soluzione del problema non sia quella di ridurre il volume e il peso del lavoro di Laurea, bensì quello di potenziare le capacità, chiamiamole così, assistenziali dei docenti. E ciò sarebbe possibile in un solo caso: rendendo la Tesi di Laurea un lavoro facoltativo, che ciascuno a suo arbitrio, potrebbe decidere di intraprendere, o meno. Si renderebbe così disponibile l’idea, vagheggiata ma mai realmente posta in atto, di un’Università a regime seminariale (che non significa a numero chiuso) in cui il tempo didattico complessivo viene ripartito in parti uguali tra tutti gli studenti…

    Ma lasciamo stare. Scusate. Tutto è perduto.

postato da laformicanera, 20:57 | link | commenti

Parliamo al futuro

 

     Uno dei  nostri redattori ci ha fatto quest’oggi presente una piccola cosa degna di esser presa in   considerazione. “Ho visto – diceva il nostro giovane e acuto collaboratore – che alla televisione una delle  frasi più usate per vantare la novità del proprio prodotto su quello degli altri consiste in una semplice frase, semplice quanto accattivante: il futuro è ora, seguita da immagini tanto forti da risvegliare negli  spettatori una pacifica sensazione di quiete e ottimismo. Ma cosa significa – continuava quello mentre noi tutti lo circondavamo per meglio ascoltarlo – cosa significa, che il futuro, voglio dire, quello che è ancora di là da venire, sia già qui? Escludendo da principio senza troppo pensarci la presenza di dotte speculazioni nelle testucce dei pubblicitari, ho cercato di farmi piccolo piccolo, più di quanto non sia adesso, e ho tentato con tutte le mie forze di immergermi nella testa e nel corpo di un quindicenne qualsiasi, di un comune adolescente che è abituato alle lusinghe della tv. Bene, nella testa di questo  nostro ragazzino che ora, per una convenzione d’esperimento, vi prego di figurarvi in me, cosa potrebbe   scattare al suono di quella frase, quale molla o ingranaggio potrebbe mettersi in moto per persuaderlo ad acquistare quel prodotto che potrebbe catapultarlo in un perenne futuro?”

    A questa domanda, gran parte dei nostri semplici, quanto fidati, redattori, se la sono data a gambe simulando un impegno o, con la bocca, lo squillo di un telefono cellulare nella loro tasca; altri, tra i quali è chi vi scrive, pur non aprendo bocca, hanno atteso che la domanda venisse sciolta da quello stesso che l’aveva formulata; sennonché uno dei presenti, il più anziano e benemerito collaboratore della nostra testata, ha azzardato una risposta che, sulle prime, ha frenato un poco l’entusiasmo del giovane provocatore: “Beh, - ha detto  l’anziano socchiudendo le palpebre con una certa aria di autorità – che il futuro sia già arrivato può ai miei orecchi significare solo un paio di cose nemmeno troppo entusiasmanti: la prima, che nessuno di   noi smette d’invecchiare, ma se così fosse non mi riuscirebbe proprio di trovare un nesso con il prodotto   reclamizzato; e la seconda, che potrebbe essere un modo, nemmeno troppo intelligente, si capisce, per responsabilizzare il quindicenne qui presente portandogli in viso fin davanti agli occhi le mancanze che non dovrà commettere una volta acquistato il prodotto…”

    A questa risposta il giovane, per niente impaurito dalla superiorità d’esperienza dell’anziano, ha replicato, fissandolo negli occhi: “E se invece, e badi che non voglio per nessuna ragione polemizzare con Lei, ma semplicemente porre nella conversazione un ragionevole dubbio, se invece ci fosse qualcos’altro? Se questa frase, apparentemente  solo distesa accanto ad un prodotto non fosse che la spia di un magma che si muove sotterraneo senza che nessuno se ne accorga? Mi spiego meglio, e vi prego di seguirmi. In cambio vi prometterò di non essere troppo filosofico – il giovane intanto si era girato e, prima di parlare aveva guardato noi tutti con l’aria di un pedante che si prepara alla conferenza - : se il futuro è quello che ancora deve accaderci,   volete spiegarmi come diavolo è possibile che sia già qui? Di fronte a questa domanda non riesco a vedere, come Lei, caro redattore anziano, che due possibilità: la prima, che l’evoluzione dei mezzi tecnologici si è fatta tanto rapida da promettere innovazioni letteralmente di ora in ora; ma la seconda, certo molto più terribile, che l’avvenire non arriverà mai, poiché, se l’avvenire solo è il tempo per il meglio e questo  tempo viene colato come acciaio nel presente, di meglio non potremo mai parlare, ma al massimo  balbettare, come quei quarantacinque giri dei miei genitori che ogni due frasi si incantano e  non vanno più avanti se non con una bottarella sul fianco del giradischi…”

    A questa prolusione del giovane, sul momento, nessuno di noi ha osato replicare. Solo più tardi, al momento di offrire ai nostri lettori, e me ne scuso, questo stralcio di vita redazionale, chi vi scrive si è chiesto: ma un quindicenne sarebbe veramente capace di dire tutto quello che il nostro giovane ha detto? Ma soprattutto: quale bottarella?

postato da laformicanera, 20:55 | link | commenti

   …noi, che eravamo della più bella specie, abbiamo le branchie incatramate. Noi, che la corrente non  frenava, abbiamo le pinne strappate e l’acqua è di palude…

postato da laformicanera, 20:54 | link | commenti

Quante sono le conquiste di Don Giovanni?

 

 

    Chi è solito compilare liste è, sovente, qualcuno che come il controllore di un tram ha in antipatia la sensazione dello sconosciuto e del mancato riconoscimento, quasi che ogni oggetto non compreso nell’enumerazione possa un giorno rivoltarglisi contro e pretendere privilegi che mai e poi mai egli sarebbe disposto a concedere.

    Tale carattere si trova spesso al limite delle manifestazioni nevrotiche, o nei complessi di persecuzione.

    Ma altra può essere la ragione che spinge a comporre una lista, e questo è il caso che interessa qui.

    Tutti abbiamo qualche ricordo delle commissioni che ci venivano assegnate da bambini: una piccola spesa al negozio di generi alimentari, una visita alla lavanderia per ritirare giacche e pantaloni, una corsa dal tabaccaio per il giornale e le sigarette del nonno o del babbo, tutti viaggi immancabilmente accompagnati da una lista, scritta su un foglietto da nulla, senza dubbio da mano femminile, magari ricavato dal cartoncino di una scatola per biscotti, oppure imparata a memoria.     La memoria. Ma non solo: il desiderio.

    Con la parola desiderata si indicano, infatti, i punti di una lista che non devono essere mancati.

    Forse è un nonnulla, ma allora, da bambino, poteva capitare talvolta di dimenticarsi di ottemperare ad uno degli articoli della nostra Tavola della Legge in miniatura, senza che ciò destasse il minimo sospetto. Ad una condizione, però: che della lista non ne fosse più nulla. Scomparso il biglietto, scompariva il desiderio (ma non la necessità: dimenticare un articolo essenziale equivaleva in ogni caso ad un simbolico taglio della mano, che consisteva nel ritorno affrettato al negozio e nella revoca della mancia tanto agognata).

    Nel caso che qui interessa, perciò, sembra che il compilatore di una lista tenga il suo desiderio, per così dire, appeso al filo sottile e fragile della sua propria memoria e che da questa dipenda l’intensità e la permanenza di quello.

    Ma venendo al problema dichiarato nel titolo, che senso ha, dunque, che Don Giovanni affidi al suo servo una lista di tutte le proprie conquiste? Noi non crediamo che sia solo vanteria.

    D’accordo, si dirà, ma la lista di Leporello contiene soltanto le conquiste già fatte dal suo padrone, non quelle a venire, dunque non è una lista nel senso in cui se ne è parlato finora.

    È vero. La lista di Leporello assomiglia più ad un libro contabile che a quello strano oggetto cui si faceva riferimento sopra. Eppure…

    Eppure sarebbe forse sbagliato credere che il più grande seduttore mai comparso in Europa tenesse il conto non per vantarsi (cosa che effettivamente fa, attraverso il suo servitore, il suo “sottoprodotto escremenziale” come lo ha definito Massimo Mila), ma per tener vigile quel desiderio cieco che altrimenti non saprebbe dove dirigere? Sarebbe forse sbagliato credere che la potenza del desiderio è tanto travolgente che, se lasciata a se stessa, dimenticherebbe persino il proprio oggetto e si abbandonerebbe alla furia più scatenata?

    A questo punto però non si confonda la memoria con l’etica che, nel caso di Don Giovanni, sarebbe fuori luogo, dacché egli non conosce legge che la propria, quella che ricade sempre su se stessa. Ma, anche tenendo fermo questo punto, non sareste disposti (voi lettori o interlocutori) a pensare che il desiderio è tale solo conserva la memoria di ciò che desidera (in questo caso: le donne)? Oppure la tenebra dell’abitudine la farebbe da padrona dirigendo automaticamente il desiderante verso l’oggetto in passato più bramato?

    Noi crediamo che se Don Giovanni perdesse la memoria perderebbe anche il desiderio verso il gentil sesso e, in preda alla furia, si avventerebbe anche su un povero cane, straziandolo.

    Ed anche Leporello ne pare convinto e, al tempo stesso, spaventato. Tanto che la vera memoria di Don Giovanni è impersonata da lui: dal servo. Quel servo che, in un momento drammatico e nero, ricorda alla tradita Donn’Elvira le 2165 conquiste di quel demonio di padrone.

postato da laformicanera, 20:52 | link | commenti

 La politica dei resti. Un caso clinico.

 

    Il malato, straniero d’origine, si crede colpevole e perseguitato dallo stato francese a causa delle sue passate mancanze ed omissioni. Tutti lo sanno eccetto la sua famiglia che verrà, come lui, brutalmente uccisa ed esposta allo scherno pubblico. Particolarmente significativa e singolare sembra essere la presunta contromisura statale già in atto: ‘tutti i resti, tutti i rifiuti vengono messi da parte perché gli siano poi introdotti nel ventre’. Capelli ed erba tagliati, sterco, pezzi di carta, ossa di pollo, ogni tipo d’oggetto composto – ‘chi dice pendolo parla di lancette, ingranaggi, molle, involucro, pesi, chiave: dovrà inghiottire tutto questo’.

    Dati di ordine fenomenologico possono farci penetrare più a fondo nella genesi e nella natura del fenomeno morboso. Poiché ogni notte, considerata di volta in volta come l’ultima, è gravata dal peso dell’imminente, fittizia, esecuzione capitale, Minkowsky riferisce la nozione del tempo del malato rifacendosi alla sua incapacità quotidiana di avvenire. ‘Non c’è in lui nessuna tendenza a generalizzare, ad arrivare ad una regola empirica; […] nella vita quotidiana non è più un ‘essere situazionato’, non vibra più all’unisono con gli eventi imprevisti che gli si presentano. […] Si tratta, insomma, del generale impoverimento affettivo di fronte alla realtà’. Se qualcosa d’analogo può capitare a chiunque nei momenti di debolezza e sconforto, sperimentando in prima persona il frantumarsi del tempo che non dà speranza, si tratta nella maggior parte dei casi di uno stato passeggero. La flessione dello slancio nel malato è invece permanente, simile all’atteggiamento di un condannato a morte. Ed è proprio la disgregazione ulteriore del tempo e della vita in generale che distingue quest’ultimo da ciò che ognuno virtualmente ha in sé.

    All’involuzione del tempo corrisponde un’involuzione dello spazio. Nella sfera dell’atto – sia esso una decisione presa con difficoltà quanto l’accensione di una sigaretta – si è soliti varcare i limiti del proprio io, con la fiducia in un divenire che trattenga all’esterno l’impronta di ciò che è stato compiuto. A cose fatte si prova sempre una gioia sottile nel non essere stati sconfessati. Non altrettanto fiduciosi si è invece nei confronti di ciò che ci in-dispone, che come il piacere dell’atto sempre accompagna e determina i nostri rapporti con l’ambiente, ma ne è il rovescio: il dolore fisico. L’istinto d’espansione diviene passiva accettazione di ciò che il mondo ci offre, e più si soffre, più si diventa vulnerabili. Il ‘clima ostile’ prende il sopravvento ed ogni minimo particolare, come un monito, è solo il rappresentante dello sfondo su cui si staglia – quanti rumori inopportuni quando si ha un attacco di emicrania! –. Fortunatamente, il più delle volte, si tratta di un disagio breve e curabile. Ben più drammatica invece è la situazione nella quale al dolore non si accompagna, controbilanciandolo, lo slancio vitale. ‘Mi si taglierà tutto, salvo lo stretto necessario per soffrire’, ripete il malato. Lo spazio s’è fatto spazio unicamente di dolore, ferita che non si rimargina. Lo spazio, come prima il tempo e la complessità della vita psichica, si è compresso riducendosi ad un misero teatrino in cui persone ed eventi non sono che sagome di persecutori e strumenti di tortura. Ecco la ‘politica dei resti’ di cui accennavamo all’inizio: ogni particolare è un segnale della macchinazione, e quindi altro dolore. Si potrebbe definire come una sorta di entropia, per cui tutti gli scarti vengono inesorabilmente trasformati in accumulo di dolore. Concludendo, se è vero che gli elementi della personalità che si disgrega sono disordinati, esasperati e deliranti, non si tratta di aberrazioni dell’immaginazione. ‘Formano una specie di nuovo sistema’, un tentativo di dare una parvenza logica alle macerie.

 

postato da laformicanera, 20:49 | link | commenti

Di monito(r) per i posteri 

 

     Cosa è rimasto tra noi e lo schermo? Da questa mattina in treno la domanda si è fatta talmente insistente e fastidiosa che mi trovo costretto a scriverla. Ero all’altezza di Bologna quando ho incrociato lo sguardo di un uomo, rumeno dall’accento, manovale a giudicare dalle tracce di calce rimaste sulla giacca. Quello che mi ha colpito aveva le dinamiche di un gioco: posizionava il cellulare di fronte a sé, schiacciava un pulsante al cui seguito scoccavano contemporaneamente una luce e un suono simile allo scatto d’una vecchia macchina fotografica – una trovata, detto tra di noi, che i costruttori potevano risparmiarsi – dopodiché, riportato il cellulare all’altezza delle ginocchia, apriva l’apparecchio come una conchiglia portando alla luce la perla rara: ovviamente il suo volto.  Ripetendo i passaggi due, tre, dieci volte, si ottiene esattamente quello che questa mattina mi ha colpito. Anticipo che non è un pretesto per parlare di classe operaia, esproprio proletario di tecnologie avanzate, o cose del genere. Voglio solo capire cosa si è creato tra quell’uomo e quel telefono fotografico, tra lo sguardo e l’autoritratto digitale. Ripeto la domanda: cosa è rimasto tra noi e lo schermo? Dico ‘rimasto’ perché qualcosa, e non poco, ha occupato la distanza che qui ci interessa. Basti pensare al cinema d’inizio secolo: teatro di vita mondana, di pettegolezzi, di baci e di incontri segreti con vecchie amanti, la sala scura ospitava il lato profano della domenica. C’era come minimo una decina di metri tra la poltrona e il telo, e superarli significava farsi largo tra i profumi delle signore rassettate per l’occasione, oltrepassare la cappa di fumo – bei giorni andati –, la pettinatura alla moda, i bambini che saltano, il nano in protesta… insomma un caravan serraglio che pur avendo scambiato il film per il grande falò del giorno della befana dava all’uno quello che mancava all’altro. Inoltre la grandezza dello schermo, non facendosi abbracciare in un sol colpo (d’occhio), concedeva allo spettatore una seconda chance per perdersi in una sorta di mappa gigante da decifrare seguendo i particolari, prima al centro della scena, poi magari verso destra, seguendo con ansia i passi dell’assassino. Tutto il corpo pende e asseconda il turbinio della scena. Ecco una caratteristica che si perde a partire dagli anni cinquanta con l’avvento della televisione: più democratica, familiare, ha reso la visione statica, da salotto. Le dimensioni si riducono, la distanza pure. Anche la concentrazione di chi guarda, dopo una giornata di lavoro, diminuisce. La televisione è mediamente affrontata in uno stato di trance: occhi socchiusi, digestione in corso, posizione improbabile – ma a lungo studiata – sul proprio divano. In questo caso tra noi e lo schermo troviamo di nuovo dei bambini, ma questa volta sono nostri, una pettinatura a schiaffo che disturba, ed è nostra moglie. Il pubblico del cinema è ricreato nel privato. L’uomo vuole decidere della propria visione. L’uomo vuole il telecomando. E via dal primo canale, il secondo, la banda quinta installata all’inizio degli anni settanta, fino ad arrivare alle moderne parabole rigonfie di trasmissioni e di pubblicità. Ma all’uomo non basta interagire con lo schermo: vuole superarsi attraverso lo schermo, vuole sfondarlo per poi uscirne altrove. Vuole il computer. Lo spazio che ci separa da un portatile è circa di trenta centimetri, il che vuol dire perdere quasi completamente la possibilità di fissare altri particolari che non siano quelli impressi a cristalli liquidi. Niente più bambini che fanno chiasso, niente chiacchiere fuori scena: si è ovunque ed in nessun luogo; finalmente soli. Con lo schermo. Ho l’impressione di aver appena sfiorato il senso della domanda che questa mattina mi risultava così strana: è come se il rumeno avesse svelato un segreto del foto-cellulare – sempre più piccolo, sempre più vicino… –  inceppandone un meccanismo ma rimanendone inevitabilmente vittima, come in un deja-vu permanente. Nella conchiglia non c’era una perla: non c’era niente. Per qualche minuto è stato tutto schermo.

                                           

 

postato da laformicanera, 20:48 | link | commenti

  Atopia della Chiesa

 

 

    La chiesa è il luogo che Dio lascia inabitato perché lì si compia il suo rito. E’ l’unico spazio in cui Egli non è presente, dal quale Egli si ritira, e la topografia della città medievale si gioca su questi abissi dell’assenza di Dio, sulle cattedrali nelle quali Dio non entra. Un rito è possibile solo in assenza del suo oggetto; come nel feticismo, nel rito è la distanza, la non-presenza dell’oggetto cui si rende onore a costituire il vero punto cardine; è proprio del rito muoversi sul filo dell’assenza, del richiamo a ciò che non è presente. Come il mimo costruisce la sua illusione intorno ad oggetti che non ci sono, ma è come se ci fossero, così l’Eucarestia esibisce l’assenza totale del corpo di Cristo di cui si partecipa insieme. Ciò risulta chiaro nel fatto che Gesù affida a Pietro, il tre volte rinnegatore Pietro, il compito di fondare la Sua Chiesa (“Tu es Petrus...”), affinché essa non sia il luogo del riconoscimento del Cristo ma, al contrario, del suo rinnegamento: Cristo è presente in figuris, negato, ri-negato. Dio è fuori della Chiesa. Ovunque. E da essa si tiene lontano come temendo di vedersi irrigidito in un rituale che non lo rappresenta e che compete soltanto agli uomini. Rendere Dio l’abitatore della Chiesa significa condannarlo ad un eterno non riconoscimento, significa sfigurarlo e renderlo irriconoscibile per chi è fuori. Dio è Libertà assoluta, oltre la stessa libertà di essere libero, e vaga come uno spettro ed è ovunque, ma non lì, poiché se Egli entrasse in chiesa dovrebbe trovarsi viso a viso con la sua copia, col suo opposto speculare, bagnarsi nella Gloria della Sua Gloria, accendersi nella passione della Sua passione e ricadere in se stesso. Perché la Chiesa è un fatto puramente ed esclusivamente umano al quale Dio dà assenso, ritirandosi; e perciò non c’è niente, se consideriamo il fatto che ogni istituzione umana conserva ancora, seppur debole, qualche traccia della sua origine teologica, che possa dirsi più laico di una chiesa, anche quando essa mostra la passione o la trasparenza tragica verso Dio dei sublimi Giotto o Simone Martini, niente di più idolatrico e anti-divino del rito che ogni giorno si compie sempre uguale dinanzi ai fedeli che in questa ripetizione ormai non sanno nemmeno più scorgere l’estenuazione e lo sconforto per l’attesa del Messia che non giunge, perché lì non giunge e mai giungerà. Alla sua venuta le chiese saranno restituite al loro rango più proprio, diventando (o forse soltanto esponendo in maniera evidentissima questo loro carattere) come gusci vuoti, come le fabbriche abbandonate della rivoluzione industriale italiana negli anni ’50 e ’60, così piene di speranze e attese e così desolate e inutili oggi, gusci vuoti dai quali anche il minimo segno di ritualità è stato spazzato via. Alla venuta di Cristo il rito dovrà sparire, poiché non ciò che è sacro Egli verrà a redimere, bensì solo ciò che è profano, in quanto profano, in quanto appartenente al saeculum; le splendide cattedrali delle nostre città saranno svuotate e a tutti parrà incomprensibile la loro funzione. Esse troneggeranno, maestose e nude, come monumenti di quella parte di mondo insalvabile, quella parte che ha voluto rendersi sacra e che invece al nuovo sacramento sarà sottratta. I bambini giocheranno tra i banchi e gli altari e gli affreschi ormai ciechi, come tra le rovine di un mondo lontano o fantastico, di cui a fatica si distinguerà la realtà dalla finzione.

postato da laformicanera, 20:44 | link | commenti

Venezia merita il suo prestigio 

 

I giochi di prestigio ci intrigano perché, pur postulandone l’intima finzione, siamo sedotti dallo spettacolo di qualcosa che appare impossibile. Per questo quando ci vengono svelati rimaniamo spesso delusi: ci aspetteremmo un trucco altrettanto spettacolare.

    Venezia opera una prestidigitazione con l’acqua, mostrandoci un connubio che altrove pare impossibile. Di norma l’insediamento dell’uomo e la regione dell’acqua sono due margini e due realtà che si toccano, sfiorano, delimitano senza però mai confondersi o sovrapporsi. Venezia invece appare come un’elucubrazione di pietra che condivide con l’acqua la vocazione alla sinuosità, all’opacità, alla sporcizia (legata all’idea acquatica di fango) e all’eleganza (proprietà dell’elemento fluido). Un fondale corallino emerso in superficie. Ma pur imparentate così intimamente Venezia e l’acqua devono distinguersi per mettere in scena il vero e proprio gioco: l’acqua ci è presentata come il suolo di Venezia, non solo, ma come il suolo mitico. Attraverso il portentoso dualismo tra l’opera dell’uomo e l’irriducibilità dell’elemento acquatico, arcano ed onniavvolgente, Venezia riesce a recuperare quella dimensione di suolo che non è una realtà geologica ma la proiezione di una lontananza.

    In ogni altra città la dimensione del suolo ci è sottratta; essa è differita  in una stratificazione molteplice di sotto-suoli (gallerie, metropolitane, condutture, fondamenta, fogne) il cui risultato è quello di annullare la definitività del suolo. Per le antiche popolazioni il suolo cominciava dove finiva (o meglio dove non faceva più presa) il lavoro dell’uomo. La regione urbanizzata  a un certo punto terminava, non solo orizzontalmente ma anche verticalmente. Non esclusivamente per motivi fisici. Vigeva una necessità mitica: la terra era entità non riducibile all’uomo, una potenza ancestrale che misurava la collocazione in primo luogo spirituale e secondariamente (conseguentemente) spaziale dell’uomo. Il terreno su cui sorgevano capanne e templi rappresentava quindi il termine ultimo  soprattutto psicologicamente prima che naturalmente, la sua solidità (impenetrabilità) era conferma della distanza che separa il fondo preesistente dalle vicende dell’uomo.

    Ora, il grado zero dell’altitudine urbana (la strada, il marciapiede) è una superficie costruita, che ne presuppone altre sotto di sé. Ovunque ci troviamo, il lavorio dell’uomo deve essere già stato compiuto sotto per permetterci di stare. Nelle nostre città ci è negato il fondo.

    A Venezia invece riesce di custodire la definitività-irriducibilità del suolo arcaico ed arcano proprio perché esso è rarefatto. Pare vigere ancora quella necessità naturale della separazione, per un verso, e della complicità, dall’altro, tra suolo e mondo dell’uomo. La semplice superficie dell’acqua ci allude ad un fondo, senza presentarcelo, quindi impedendoci di creare un sotto-fondo. Che i canali siano profondi due metri o chiudano un abisso non è più questione di misura. E’ una profondità mitica (psicologica) non fisica. Benchè i pali conficcati nell’acqua ci garantiscano implicitamente un fondale solidamente reale, la sua consistenza pratica è proiettata in disparte, semplicemente “significata” dall’emergere in superficie del palo. Conficcarsi ed emergere sono termini allusivi. Per cui il conficcarsi è dissociato dall’idea gravosa di fondo reale e l’emergere non è il risultato aritmetico dell’esaurirsi della profondità (il palo emerge perché più lungo dell’altezza del canale). E’ un emergere senza lunghezza e un conficcarsi senza suolo. Sembra dunque che l’acqua non copra una profondità reale ma evochi una profondità mitica. Proprio perché non è solida l’acqua può fungere da suolo mitico, suggerendoci una distanza irriducibile di cui ci è data solo la superficie.

    I lavori in corso in un canale ci svelano il trucco: presentano sgarbatamente una Venezia “struccata”. E’ quasi una maleducazione. Sostituiscono all’acqua un cantiere sovraffollato dei segni dell’operosità umana: carrucole, compressori, pompe, picconi e mattoni. Il fondo mitico si svela essere una cloaca.

    Sono sicuro che le transenne, i teli e le paratie non siano per proteggere i passanti da eventuali incidenti. Sono segno di vergogna. Venezia sorpresa in deshabillé corre goffamente a coprirsi.

postato da laformicanera, 20:43 | link | commenti

Al cospetto di Nostro Signore

 

 

    Il Sindacato Scrittori Poeti e via dicendo ha annunciato violente rimostranze alla notizia, giunta quaggiù da noi nei giorni scorsi sulle ali del pettegolezzo, che Nostro Signore, insieme con la Consulta Generale del Paradiso, avrebbe deciso, in accordo ovviamente con i rappresentanti del signor Belzebù, di chiudere per sempre l’Inferno inteso come istituto di pena detentiva, e ciò per una considerazione di carattere teologico che non sfuggirà a quanti dei nostri lettori abbiano riflettuto sul radicale cambio di linea della Chiesa Cattolica in queste ultime decadi. E la notizia è tanto più curiosa anche per il fatto che il suddetto Sindacato che, lo ricordiamo, comprende membri d’ogni parte del mondo, sembra essere l’unica voce di dissenso in un panorama altrimenti giubilante e più che gioioso. Da fonti che in questa sede non possono essere rivelate sembra che il Sindacato, non essendo riuscito a trovare il consenso della popolazione si sia direttamente rivolto alle Alte Sfere e abbia inviato una delegazione in sua rappresentanza a chiedere ragione della decisione, sorprendente non c’è che dire, e a domandare la riapertura immediata di tutti i gironi senza eccezione. La fonte che ci ha comunicato quest’ultima indiscrezione ci ha altresì fornito, ricevuta da un cherubino lì presente ed, evidentemente, più avido degli altri, una trascrizione del dialogo avvenuto fra i tre delegati del Sindacato Scrittori Poeti e via dicendo e San Pietro, responsabile dei rapporti con il pubblico e facente le veci di Nostro Signore, naturalmente introvabile, per quanto riguarda le questioni organizzative. Questo dialogo, che offriamo in esclusiva ai nostri lettori, è effettivamente una bella sbirciata dal buco della serratura dell’eternità, e lo riportiamo esattamente come ci è pervenuto, avendo presa la sola libertà, che risulterà pienamente comprensibile, di riportare i nomi dei tre delegati in forma abbreviata. Il dialogo, avvenuto prevalentemente in lingua inglese, è stato tradotto in italiano corrente per facilitare la comprensione ai lettori non poliglotti…

 

 

S.Pietro: Parlate, dunque. Il clamore delle vostre proteste è giunto fin quassù. Parlate, spiegatevi. Perché siete gli unici a non accettare una decisione che è invece stata universalmente apprezzata?

M.: Sua Beatitudine, la nostra, come potrà capire, non è una semplice protesta, ma il tentativo di preservare gli interessi della nostra categoria…

F: Esattamente…

S.: E’ proprio così, Sua Eccellentissima Santità…

M.: …di garantirci, in altri termini, una sopravvivenza. Come comprenderà, senza inferno, e perdoni il paradosso che La prego di non ritenere un vezzo, senza quella fondamentale istituzione, noi scrittori e poeti siamo a dir poco spacciati…

S.Pietro:  Spacciati? Credo che voi stiate mettendo un po’ troppa enfasi nel vostro discorso. Non comprendo infatti le ragioni che legano la chiusura dell’inferno a un vostro, ipotetico quanto inverosimile, fallimento. Ma continuate…

S.: Sua Beatitudine, cerchiamo di venirci un poco incontro. Come potrà negare l’importanza decisiva di una presenza come quella dell’inferno all’interno di tutta la letteratura finora scritta? Come potrà chiudere gli occhi di fronte a questo fatto fondamentale: che gli scrittori hanno bisogno dell’inferno, che, in un certo senso, vivono d’inferno…

S.Pietro: Ma su, figlioli, sapete meglio di me che il peggior inferno è quello che alberga nell’animo umano. Non potreste accontentarvi di quello e lasciar perdere tutto questo strepito per la chiusura della casa di Belzebù? E poi considerate anche le ragioni di quel povero diavolo. E’ un’eternità ormai che è laggiù a gestire una cricca d’umanità che non fa che imbruttirsi ogni giorno di più. Anche i dannati meriterebbero un po’ di riposo, non credete?

I Tre Delegati, all’unisono: NO!

F.: No, Sua Santissima Eccellenza. E’ esattamente questo il punto. Siamo del parere che i dannati non meritino riposo, che chi è dannato, si danni…E poi, ha provato a immaginarsi un mondo senza timore della dannazione? Credo che se realizzasse l’entità del danno che state compiendo si ricrederebbe anche Lei, e anche Lui…

S.: Come sarà giustificabile la miriade di viaggi oltretombali? Dicendo forse che appartenevano ad un’epoca scomparsa, come quella del treno a vapore?

M. Ma soprattutto, Lei, Eccellenza, deve comprendere che noi abbiamo bisogno del dolore, e che non possiamo permetterci il lusso di trovarci disoccupati da un giorno all’altro…

S.: La preghiamo, Santissimità, interceda per noi presso il Suo Superiore, è una questione di importanza vitale, è a dir poco una questione fondamentale…

S.Pietro: Ci penserò, ve lo prometto. Intanto mantenete circoscritta la notizia di questa conversazione e, almeno fino al momento in cui riuscirò a parlare con Lui, fate come se l’inferno non fosse mai stato chiuso…

 

 

 

postato da laformicanera, 20:38 | link | commenti